07 Lug Sostenibilità: nelle PMI è spesso un processo a scatti. Perché?
Molti imprenditori e imprenditrici si stanno avvicinando alla sostenibilità: chi con maggiore consapevolezza, altri un po’ malvolentieri.
Da un lato clienti, banche, fornitori o filiere iniziano a chiedere dati ESG, questionari, report o informazioni più strutturate.
Dall’altro, molti imprenditori – grazie anche al lavoro di noi consulenti – hanno compreso che parlare di sostenibilità significa, in realtà, parlare di organizzazione, efficienza, persone, energia, rischi e continuità aziendale.
La difficoltà che ho notato in questi anni non è tanto iniziare o rendicontare, ma è mantenere nel tempo il percorso avviato.
Si parte bene individuando i temi, gli obiettivi e le azioni e si raccolgono i primi dati, ma poi subentrano le urgenze quotidiane: clienti da seguire, produzione da gestire, personale da coordinare, problemi finanziari, scadenze fiscali, fornitori, banche, imprevisti.
E così il percorso ESG comincia a frammentarsi e perdere efficacia.
Un po’ come quando ci si iscrive in palestra con buone intenzioni: si parte motivati, si fissano obiettivi, si compra l’abbigliamento giusto, magari si segue anche una scheda di allenamento. Poi però si salta una settimana, poi due, poi si ricomincia, poi ci si ferma di nuovo.
Il risultato è che l’impegno c’è, ma diventa discontinuo. E quando l’impegno è discontinuo, anche i risultati diventano più deboli.
La sostenibilità non può vivere solo nei ritagli di tempo
Non c’è altra soluzione che considerare la sostenibilità non come un’attività “aggiuntiva”, da gestire quando c’è tempo e a cui adempiere quando c’è un obbligo o una richiesta.
Come un processo produttivo o amministrativo, se un’attività non ha un responsabile, una scadenza, un metodo e un momento di verifica, finisce inevitabilmente dietro ad altre priorità più urgenti.
La sostenibilità, se ne si ravvedono i benefici, deve essere inserita nell’organizzazione aziendale, senza creare strutture complesse, nominare figure inutili o appesantire la gestione con burocrazia interna.
Significa semplicemente attribuire responsabilità chiare.
- Chi raccoglie i dati energetici?
- Chi monitora gli infortuni, la formazione e il clima interno?
- Chi segue le richieste ESG dei clienti?
- Chi aggiorna gli obiettivi?
- Chi verifica se le azioni deliberate sono state davvero portate avanti?
- Chi segnala che un indicatore sta peggiorando?
- Senza risposte chiare a queste domande, il percorso rischia di restare sulla carta.
Il vantaggio di attribuire ruoli e responsabilità
Attribuire responsabilità è utile per evitare che tutto dipenda dalla memoria, dalla buona volontà o dall’urgenza del momento e fornisce una serie di vantaggi.
Il primo è la continuità.
Le attività non vengono portate avanti solo quando qualcuno se ne ricorda, ma entrano in una routine aziendale.
Il secondo è la misurabilità.
Se esiste un responsabile per un dato, un indicatore o un’azione, diventa più facile capire se il percorso sta procedendo oppure no.
Il terzo è la velocità di risposta.
Quando una banca, un cliente o una filiera chiede informazioni ESG, l’azienda non deve ricostruire tutto da zero. Sa dove sono i dati, chi li gestisce e quali informazioni sono già disponibili.
Il quarto è il coinvolgimento delle persone.
La sostenibilità non resta un tema dell’imprenditore, del consulente o dell’ufficio amministrativo, ma diventa un progetto distribuito, nel quale produzione, risorse umane, acquisti, manutenzione, qualità e amministrazione possono contribuire ciascuno per la propria area.
Il quinto è la credibilità.
Un’azienda che dimostra di avere obiettivi, responsabilità, dati e verifiche periodiche comunica un messaggio molto più forte rispetto a un’azienda che si limita a dichiarare buone intenzioni.
Il rischio del comportamento scostante
Il comportamento discontinuo, invece, genera diversi effetti negativi.
Il primo è la perdita di efficacia.
Un’azione avviata e poi non monitorata produce risultati inferiori rispetto al suo potenziale. Un obiettivo senza controllo periodico tende a perdere forza.
Il secondo è la dispersione delle informazioni.
Se i dati vengono raccolti una volta all’anno, magari in fretta, solo per compilare un questionario o un report, aumentano errori, incompletezze e difficoltà di confronto.
Il terzo è la perdita di credibilità interna.
Se l’azienda comunica obiettivi ESG ma poi non li segue nel tempo, le persone percepiscono il tema come l’ennesima iniziativa passeggera.
Il quarto è la perdita di credibilità esterna.
Clienti, banche e stakeholder sono sempre più attenti alla coerenza tra ciò che un’azienda dichiara e ciò che effettivamente misura, aggiorna e migliora.
Il quinto è il rischio di dover sempre ricominciare da capo.
Ogni volta che il tema viene ripreso dopo mesi di inattività, occorre ricostruire dati, recuperare documenti, riallineare le persone, ricordare gli obiettivi e ridefinire le priorità.
È un costo nascosto, ma molto concreto.
Quale può essere la soluzione per le PMI?
La soluzione è costruire sistemi ESG non troppo complessi.
- Pochi obiettivi realistici.
- Poche azioni coerenti con l’attività aziendale.
- Poche responsabilità ben assegnate.
- Pochi indicatori chiari.
- Un momento periodico di verifica, anche semplice, ma costante.
Come in palestra, non serve allenarsi dieci volte in una settimana e poi fermarsi per due mesi. Serve una routine sostenibile, proporzionata alle proprie possibilità e mantenuta nel tempo.
Per una PMI, questo può voler dire istituire un piccolo gruppo di lavoro, assegnare alcuni KPI ai responsabili già presenti in azienda, prevedere un aggiornamento trimestrale e collegare gli obiettivi ESG ai normali processi aziendali.
La vera sostenibilità è organizzativa
Nelle PMI la sostenibilità funziona quando smette di essere percepita come un adempimento e diventa uno strumento di gestione.
Serve a capire dove l’azienda consuma di più.
- Dove spreca risorse.
- Dove ha rischi organizzativi.
- Dove può migliorare la sicurezza.
- Dove può valorizzare meglio le persone.
- Dove può rafforzare il rapporto con banche, clienti e fornitori.
Ma tutto questo richiede continuità.
E nelle aziende, come in palestra, le buone intenzioni producono risultati solo quando diventano abitudine.